Per quanto grande possa essere il cielo, lui lo teneva per intero nelle mani. C’erano tutte le stelle che occhio umano possa raggiungere, le più vicine e le più lontane; la limpida Sirio che prima delle altre si affaccia nello spazio immenso, l’aggraziata Venere che raccoglie i sospiri della terra, le orse con i loro carri carichi di desideri, il grande fiume della via lattea, gonfio da straripare tra stelle solitarie, la luna che cambia gli umori della gente, guida le colture e solleva il mare a seconda delle sue fasi, il sole nella stanchezza dell’inverno e nella possanza piena dell’estate.

Più che nelle mani, per la verità, egli teneva tutto questo dentro una gabbietta striminzita, nella quale saltellava a volo mozzo un pappagallino variopinto e misteriosamente silenzioso, consapevole, quasi, del ruolo che ricopriva, quale intermediario tra terra e cielo, tra l’umano e il divino, sì che egli stesso era considerato un divinante più del suo malandato padrone. Il cancelletto della gabbia dava su un cassettino lungo quando tutta la base, entro il quale stavano stipate decine di foglietti multicolori, i pianeti, ordinati per età, sesso, nubilaggio o scapolaggio, stato matrimoniale o vedovile: a ciascuno un colore, che il pappagallo centrava al primo aprir di becco.

Era il tempo dei maghi e delle fattucchiere, esperti in riti, formule e pozioni miracolose, che ricevevano in casa, con discrezione somma, gente còlta d’ansia e da disperazione per una fortuna che tardava, un fidanzato di là da venire, un amore naufragato per sempre, un malocchio da sconciare entro un piatto fondo colmo d’acqua, sopra la quale si lasciavano cadere alcune gocce d’olio, dal cui espandersi originava l’oracolo e la guarigione. Ricordo di una maga, in una cittadina delle Marche, che riuscì ad esalare l’anima, dopo lunga agonia, solo quando i parenti, avveduti, scoperchiarono un angolo del tetto della casa bassa.

Dissero che questo avvenne perché in realtà fosse una strega cattiva che aveva ridotto sul lastrico più di una famiglia. Ma ricordo anche di un mago, “strollecu” nel dialetto aquilano che storpia così il sostantivo “astrologo”, ritenuto da tutti un buono, che aiutava i bisognosi regalando ambi e terni di sicura uscita, come poi attestavano i fortunati vincitori. E quando sulla piazza grande si installava il baraccone della pesca, egli si poneva accanto agli amici per suggerire la cartella giusta che immancabilmente regalava giocattoli e chili di pasta per il divertimento dei più piccini e la fame saziata dei più grandi.

Gli oroscopi esistevano già, sin dalle più antiche civiltà, ma non erano così diffusi come lo sono oggi, tra gente di cultura e popolani che conoscono il proprio segno più ancora del nome di battesimo. In fondo siamo tutti alla ricerca del nostro futuro, basta che nessuno ci dica che la sventura è in agguato. Un dolce inganno che non fa male alcuno, capace di donare un attimo di consolazione felice.

L’uomo della gabbietta con il pappagallo e i foglietti multicolori, apparteneva in fondo alla specie del mago buono. Lo si vedeva immancabilmente nelle fiere di paese e di città, giunto per lo più, dalla vallata di Fiorenzuola d’Arda, dove il mestiere era nato, per vendere a chi avesse voluto, con il pianeta della fortuna, un po’ di felicità. Un cappellaccio in testa, barba incolta per il continuo girovagare, camicia bianca a collo di prete, ingiallita dal mancato ricambio, giacca e pantaloni consunti e spiegazzati dall’uso e dai giacigli di fortuna.

Poggiava la gabbia sul trespolo e aspettava la gente, spesso affiancato da un suonatore di fisarmonica che la richiamava. A crocchio fatto il venditore di pianeti sollecitava le richieste dei presenti: l’amore sta per giungere, diceva alle ragazze; la felicità sta per piovere sulla vostra casa, diceva rivolto agli uomini maturi, i figli vi daranno grandi soddisfazioni, diceva alle donne in età. E come una d’esse s’accostava, apriva la gabbietta, toccava il pappagallino con un dito e questi, a colpo sicuro, estraeva dal cassettino il pianeta giusto. Stessa cosa avveniva per le ragazze e i giovani e per gli uomini maturi: a ciascuno il suo foglietto colorato, a ciascuno la predizione felice, accompagnata dai numeri del lotto e da una schedina della Sisal che promettevano un terno e un tredici.

I maligni, per la verità, sostenevano che il trucco c’era e che il pappagallo indovinava il colore della categorie di persone, dal numero delle carezze che il venditore di fortuna faceva con un dito sul suo collo. L’ultima volta che vidi, ad una festa patronale di paese, il venditore di pianeti, sembrò quasi, da come era vecchio e stanco, che stesse per rinunciare per sempre al suo girovagare, segnando la fine dei sogni a buon mercato. Mentre la fiera scemava, a notte fonda, dopo i fuochi di artificio esplosi lontano, sulla campagna, l’uomo della fisarmonica suonava una canzone triste di Achille Togliani: “Non si compra la fortuna, per le vie della città, come l’onda al chiar di luna, la fortuna viene e poi va… Getta al vento il tuo pianeta… Non si compra la fortuna, non si compra la felicità…”.

Eppure io so quanta gente abbia fatto felice il venditore di pianeti, magari per un attimo solo, e soltanto dando animo ad una speranza in tempi migliori nei quali forse essa per prima, nel fondo del cuore, non credeva. Ma la felicità non è uno stato permanente, essa è fatta di istanti, che possono sommarsi o restare isolati. Scoprire di esserlo stati almeno una volta, anche questa è felicità. Magari centrata dal becco di un pappagallo portato in giro per il mondo da un venditore di fortuna, che aveva il cielo e quanto esso contiene nelle proprie mani.

*Mario Narducci, giornalista (vaticanista Avvenire), poeta e scrittore.

Mario Narducci

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